Oggi è il 3 luglio e il ghiaccio canta. Non è un suono che si possa descrivere a chi non l’ha mai sentito: è un respiro trattenuto, un lamento basso che vibra sotto gli scarponi. La luce di luglio non dovrebbe essere così feroce quassù: oggi taglia la neve come una lama, ne scortica la superficie, strappa riflessi metallici dalle crepe e me li spara negli occhi. Avanzo con la piccozza in mano e la corda tesa davanti a me. Sento il respiro degli altri, irregolare, mescolarsi al mio. Nessuno parla: è il silenzio tipico delle ascese, quello in cui ognuno custodisce gelosamente i propri pensieri.

La Marmolada mi guarda dall’alto e non capisco se mi accoglie o mi tollera. Ci siamo incontrate molte volte e ogni volta lei mi ha lasciata passare con amore, ma oggi la sento inquieta, come se il calore di questa estate avesse sciolto non solo la neve, ma anche la sua pazienza.

Il cielo è un vetro, il sole un chiodo piantato in testa. Affondo le punte dei ramponi nella crosta che cede di mezzo centimetro. La piccozza screpola il ghiaccio con un suono secco e il rumore mi rimbalza nei polmoni. La corda davanti a me disegna un arco pulito; sento la trazione leggera dei compagni.

La pendenza non è feroce, ma il caldo la rende faticosa. La neve non è più vera neve: è come una pelle sottile sopra un corpo che cambia consistenza a ogni passo. Sento con la suola, spingo, aspetto un «toc» e solo allora trasferisco il peso. Ho i polpacci che bruciano, il cuore che batte come un tamburo e un filo di nausea. Alzo lo sguardo: davanti a me la spalla del ghiacciaio si distende, incrinata da un reticolo di crepe grigie. Più in alto ci sono dei seracchi che sembrano denti fratturati. Alla nostra destra, la parete di roccia proietta un’ombra che si arriccia su se stessa e sparisce.

Non parliamo; ogni tanto qualcuno tossisce, un moschettone batte contro un altro e produce un suono metallico. La corda scivola come un serpente e io ne sento i colpi sul fianco, regolari, quasi confortanti. Ho imparato a leggere questi segnali prima ancora di leggere le mappe: la tensione sull’imbrago mi dice se i compagni stanno bene; un cedimento improvviso della corda mi avverte di un passo incerto.

Si sente un crepitio basso e continuo, come un fuoco lontano. Mi rendo conto che per me il ghiaccio non è solo un solido, ma un verbo: va, scorre, molla, cede, spinge.

Mi coglie una fitta dietro lo sterno che non è dolore, sembra più un ricordo: mio padre che alza gli occhi verso una cornice di ghiaccio e dice: «La montagna riesce a parlarti, se gridano tutti». Ho visto questo ghiacciaio ingrassare e dimagrire con il passare delle stagioni, poi soltanto dimagrire. L’ho amato anche così, come si ama un volto che invecchia, e oggi lo temo per la stessa ragione.

Una folata tiepida mi attraversa la nuca e mi accorgo che sudo anche sulla schiena. Mi fermo, pianto la piccozza, lascio che la mano scivoli dalla testa al puntale per sentire meglio la consistenza. È una vendetta del caldo: sopra una crosta croccante, sotto zucchero bagnato e, più in profondità, una durezza che pare sana. Il compagno dietro di me tossisce una parola che non capisco. Sollevo il pollice senza voltarmi e ripartiamo.

Scegliamo una linea che taglia a sinistra. Sul margine il ghiaccio esce allo scoperto: grigio, rigato, con bolle d’aria antiche come minuscoli fossili. Ci salgo con cautela e sento la sicurezza tornare. Il passo si allunga e il respiro si assesta su una cadenza che riconosco. La fatica, quando la assecondi, diventa come un animale domestico: ti cammina accanto senza mordere. Per qualche minuto è gioia: la mia vista si spalanca e i profili delle rocce e dei seracchi diventano gentili. La Marmolada mi pare di nuovo una madre che oggi, chissà, potrebbe decidere di perdonare le mie marachelle.

Poi il primo segno: un colpo sordo. Sembra arrivare da sotto i piedi. Ci fermiamo tutti di colpo, come se la cordata avesse un’unica volontà: capire. Il suono non torna più, ma arriva una vibrazione breve. Aspettiamo un attimo e intanto riprendiamo fiato. Sento il sangue pulsare in tutto il corpo e il sapore salato sulla lingua. Niente, non si sente più alcun rumore e riprendiamo a camminare con un rispetto che sconfina in una richiesta di perdono.

Quando sei quassù, ogni dettaglio si amplifica: un corvo sembra disegnare un cerchio e il suo verso mi arriva deformato; il sole trova una lama di neve inclinata e la accende come un fuoco d’artificio; l’odore della roccia è più forte, o forse è la mia testa che sceglie di notarlo così tanto. Capita spesso in quota: scegli tu cosa esiste.

Mi tornano alla mente le sere d’inverno, quando si studiavano gli itinerari. Quante discussioni sul caldo, sui fronti, sugli equilibri. Qualcuno diceva: «Non è più la stessa montagna», qualcuno rispondeva: «La montagna è sempre lei, siamo noi a essere diversi». Io annuivo e intanto guardavo le isoterme come si guarda un termometro accanto a un malato: sperando in un grado in meno.

Dopo un po’ arriviamo a un pianoro inclinato, dove ha senso fermarsi a riprendere fiato. Pianto la piccozza e mi giro: i volti dei miei amici sono due maschere rigate di sudore. Tiro fuori la borraccia; l’acqua scende come pioggia mentre il mio respiro rallenta e il cuore rientra nelle costole come un animale nella sua tana. Piano piano il fiatone se ne va e le gambe sono pronte a ripartire.

Guardo verso l’alto e traccio mentalmente la linea che resta prima della vetta: non è lontana. È la distanza che di solito amo: abbastanza da sentirmi dentro la montagna, non sopra.

Ci rimettiamo in movimento e facciamo solo tre passi prima che il pendio, senza preavviso, vibri di nuovo, più chiaramente stavolta. Un brivido freddo mi attraversa la schiena e arriva fino al palmo delle mani. È lì che, per un istante, la mia devozione si incrina e lascia scoperto un filo di odio: non verso la mia Marmolada, ma verso il momento in cui capisco che, se solo lo volesse, potrebbe uccidermi.

Fa troppo caldo. Il ghiaccio sotto di noi risponde ai nostri pensieri con un silenzio più rumoroso di qualsiasi suono. E in quel silenzio, che è quasi una promessa, continuiamo tutti a mettere un piede davanti all’altro.

Il ghiacciaio non è più solo uno sfondo: è presenza. Lo sento muoversi sotto le suole come se fosse vivo, con un respiro che non coincide più con il mio, e questo mi spaventa. La montagna non mi guarda più dall’alto: mi è tutta intorno, stretta in un abbraccio, come se stesse per dirmi qualcosa all’orecchio.

La Marmolada di un tempo mi avrebbe accolta con silenzio e freddo; oggi mi accoglie con febbre e mormorii. Davanti a me, il mio compagno capocordata rallenta e si china un attimo. Lo vedo scegliere una traiettoria più a sinistra, dove la neve è ombreggiata da una cengia di roccia e sembra più dura. Lo seguiamo senza domande, ci fidiamo di lui.

All’improvviso sentiamo nuovamente un suono. Questa volta è un lamento lungo e profondo che sembra salire dalle viscere della montagna. È totale: mi entra nelle ossa, mi scuote la pancia, mi fa battere i denti anche se non ho freddo. Ci fermiamo tutti e ci guardiamo spaventati. I nostri occhi sono punti sospesi tra il bianco della neve e l’azzurro del cielo.

Il silenzio dopo quel suono non ci porta alcun sollievo: è un vuoto che chiede di essere riempito e il ghiacciaio ha già deciso con cosa lo riempirà.

Ripartiamo, perché cos’altro potremmo fare? Il corpo obbedisce al gesto imparato. Passo-respiro, passo-respiro. Inizio a pensare che qui nulla è mai fermo: il sole scava, l’acqua scappa, l’aria sale dalle fessure, il ghiaccio cede, la neve cola. Solo noi tre sembriamo più stabili, ma è un’illusione. Siamo solo un’illusione. Mi viene subito in mente una frase che ho letto tempo fa su qualche blog: i ghiacciai non crollano all’improvviso, accumulano preavvisi.

Il capocordata alza il braccio per annunciarci un’altra breve pausa. Una volta fermi, pianto la piccozza e guardo verso l’alto: il seracco più grande incombe su di noi. Il respiro mi esce lento e controllato. Cerco di svuotare i polmoni, ma l’aria mi resta bloccata a metà. È in quel momento che realizzo che la paura vera viene dall’attesa: tutte le volte che ho avuto paura nella mia vita stavo aspettando qualcosa o qualcuno.

Succede tutto in un tempo che non esiste. Prima sento un colpo e poi un vuoto, come se qualcuno avesse staccato di forza qualcosa dal mondo. Alzo lo sguardo e vedo il ghiaccio che esplode come una bomba. Stavolta non è solo un rumore: è un’intera, enorme lingua che si spezza e urla. In un attimo l’aria si riempie di frammenti e il cielo diventa bianco e opaco. La corda si tende con violenza, mi strattona, mi piega di lato. Sento un peso dietro di me che sparisce e capisco che uno dei miei compagni non è più sulla mia linea. Il terreno sotto di me vibra come durante un terremoto, cede, si accartoccia come carta bagnata. Cerco un appiglio senza riuscire a vedere dove sono, ma la mia piccozza affonda nel vuoto. Non sto cadendo, sto scivolando insieme alla Marmolada. L’acqua, le rocce appuntite e il ghiaccio mi scorrono addosso come un’unica colata, liquida e solida. Fa male.

Ho il tempo di pensare alla prima volta che sono salita qui, alla neve pulita che scricchiolava, alle mani di mio padre che controllavano il nodo della mia corda. Penso al caldo di oggi, al rumore dell’acqua sotto i piedi, alle estati che hanno svuotato i ghiacciai come bicchieri di un’osteria affollata. Penso che la Marmolada non mi sta uccidendo: si sta solo difendendo come può.

Il momento arriva quando una lastra mi spinge contro una parete di ghiaccio. L’aria mi esce di colpo dai polmoni e non rientra più; la luce diventa improvvisamente azzurra e abbagliante. C’è odore di neve vecchia, di tempo fermo. Non sento più il cuore battermi nel petto, ma sento ancora chiaramente la montagna. Mi accorgo che non ho più paura: si è sciolta come si scioglie il ghiacciaio al sole. Rimane solo un rispetto immenso, quasi una gratitudine: se devo restare qui, resterò come qualcosa che fluisce.

[Racconto terzo classificato al Premio Letterario Dina Ferri di Radicondoli (SI), 2026]